Una americana a Torino
Grazie a Nino, il proprietario della Cadillac Eldorado Brougham, sono tornato a Torino per conoscere Raffaele. Come anticipatomi da Nino Raffaele è un vero esperto nel restauro delle auto USA: "devi conoscerlo lui è un mago..."
Raffaele ha messo mano ad una Chrysler 300E del 1959 in condizioni a dir poco precarie e l'ha portata in tempi record allo stato "as new" come direbbero negli Stati Uniti. Quando sono arrivato nella sua officina l'auto era lì davanti e Raffaele stava mettendo a punto il compressore dell'aria condizionata, ha recuperato quello giusto e ora funziona alla perfezione. "Questa è l'unica 300E esistente in Italia" dice Raffaele, ma anche le altre 300 degli anni 50-60 non sono molte, 2 o 3 al massimo.
Per uno scherzo del destino, siamo a Torino, la capitale della Fiat, quella Fiat che ha preso in mano la conduzione della Chrysler ed io sono di fronte ad una delle Chrysler mitiche, la 300E del 59'. La cosa mi fa riflettere per un attimo. In tutta la sua storia la Chrysler avrà commesso degli errori ma la serie 300 di sicuro non è uno di questi. Stiamo parlando di una delle auto statunitensi meglio riuscite. La 300E non è il tipo di macchina che decide i destini economici di un grande marchio (è stata prodotta in pochissimi esemplari per gli standard d'oltreoceano), ma è il tipo di auto che ne può accresce il prestigio.
Potenza ed eleganza
Tutte le 300 "letter series" degli anni 50 (ma includerei anche la F del 60 e la G del 61), sono le 300 più belle e più ricercate. Il colore di quest'auto? Nero naturalmente, Formal Black, con interni in pelle beige, combinazione perfetta, guardandola dal vivo non riuscirei ad immaginarla in nessun altro modo, stupenda. Raffaele ha per le mani un sacco di belle auto, tra le quali anche una Mustang una Plymouth Fury ed un paio di Barracuda, ma io non riesco a togliere gli occhi dalla 300. Tanto per semplificarvi le cose farò un paragone con l'universo femminile: se la Barracuda è una maggiorata in bikini la 300 è una ragazza dal fisico atletico in abito da sera. Questo non vuol dire necessariamente che debba piacere di più, ma solo che è pronta per accompagnarvi a cena e farvi fare una gran bella figura. La parola chiave è "eleganza".
Il design è frutto della mano di Virgil Exner, che qui ha fatto veramente un ottimo lavoro. In termini di fascino e attrattiva le foto danno solo un'idea che poi si rafforza dal vivo.
Guardate il padiglione: snello nei punti giusti, ingentilito da parabrezza e lunotto entrambi panoramici. Le due immancabili pinne sono ben rilevate, ma non pesano affatto sul disegno complessivo della vettura.
Quella calandra per quanto strana possa sembrare si rivela elegante e ben integrata con tutto il resto del muso. Il modello originale montava due modanature cromate che correvano alla base delle fiancate segnando i passaruota posteriori; Raffaele possiede quei pezzi ma ha deciso di non utilizzarli: "sono gli unici pezzi originali che ho deciso di non montare, la preferisco così", difficile non essere d'accordo con lui, l'auto infatti risulta ancora più elegante.
Gli interni di questa 300 completano le premesse della carrozzeria: sono luminosi e ampi. Incredibilmente sobri ma per nulla poveri, anzi. Io non sono un esperto restauratore, ma ci sono buone possibilità che la pelle usata per questi interni sia anche migliore di quella originale.
Qui non ci sono finestrini motorizzati, poco male, girare la manovella è un'occasione in più per manipolare questa meraviglia di auto.
Le origini del mito
La prima, la Chrysler 300 nasce nel 1955. Quando compare sulla scena è semplicemente la più potente e veloce auto stradale americana ed una delle più veloci al mondo.
Non mancano le affermazioni sportive tra le quali quelle nel campionato NASCAR.
Il motore che equipaggia questo fenomeno è il mitico Hemi V8 392 settato per fornire 300 cavalli. La sua particolarità è data dal disegno delle testate emisferiche con valvole contrapposte che viene ottenuto utilizzando comunque una distribuzione ad aste e bilancieri, invece di una classica ad alberi in testa.
I modelli si susseguono e la potenza aumenta, ma nel 1959 con la serie E cambia qualcosa: il motorore Hemi viene sostituito da un più convenzionale V8 con teste a "cuneo" e valvole affiancate, il Wedge-head da 413 pollici (6,7 litri). Questo motore pur non avendo la stessa potenza specifica è più leggero dell'Hemi ed altrettanto potente; per la Chrysler risulta sicuramente più semplice da gestire. Le sue qualità vengono comprese dagli esperti e le prove su strada ne elogiano le prestazioni ma la 300 subisce comunque un calo di vendite. Non c'è dubbio che la dismissione dell'Hemi abbia in parte incrinato l'immagine della 300E, ma come alcuni esperti hanno fatto notare un colpo negativo era stato già dato nel 57 con il sensibile calo della qualità costruttiva, in parte recuperata con i modelli successivi.
Oltre le apparenze
Oggi il fatto che la 300E sia stata prodotta in soli 550 esemplari nella versione coperta (140 per la cabrio) è motivo di vanto per chi la possiede e la mancanza di un motore Hemi sotto il cofano non è un problema, lo stesso Raffaele mi ha confessato: "io avrei preferito una 300D del 58', non tanto per il motore Hemi, ma perchè mi piacevano di più le pinne...", questo la dice lunga su i preconcetti che spesso stravolgono la realtà. Il motore della E non ha nulla da invidiare all'Hemi e lascia immutate le qualità che hanno reso uniche le 300, la mancanza dell'Hemi in questo caso è una masturbazione mentale non un reale problema.
Raffaele ci ha fatto sentire il sound del Wedge, tenendolo su di giri come si deve. Il complesso di suoni generati prima e dopo lo scarico è da brividi: un ringhio metallico da felino e non il solito brontolio da "orso" (o se volete da motoscafo) che contraddistingue molti V8 USA. La potenza si aggira sui 380 cv e si sente.
La 300E è equipaggiata con barre di torsione anteriori, una peculiarità di molti modelli Chrysler ed Imperial dell'epoca che, forse anche per tale motivo, sfoggiavano una tenuta di strada superiore a tutte le dirette concorrenti. Le prove del periodo sono concordi su questo aspetto che mi è stato confermato da Raffaele. Ma le barre di torsione sono una motivazione troppo semplicistica per spiegare tutta questa tenuta, in realtà è l'intero disegno delle sospensioni a fare la differenza. Sull'avantreno la geometria dei bracci determina un effetto "anti-dive" in frenata, mentre la disposizione assimetrica delle balestre nel posteriore aumenta la stabilità.
Questa Chrysler dei tempi d'oro è un'auto di valore ma non raggiunge certo le quotazioni a cui ci hanno abituati molte auto europee: è un peccato da un certo punto di vista ed una fortuna da un altro. Non è un pezzo monolitico, ma una combinazione di fattori, styling, motore, optional, che richiede molta più passione e conoscenza di quanto si creda per valutarne il valore, perchè proprio come una Cadillac Brougham anche questa non รจ la "solita" auto americana.
M.R.